Hirokazu Kore’eda, regista giapponese vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2018 con Shoplifters, torna a collaborare con Netflix. Dopo lo “slice of life” Makanai del 2023, il 9 gennaio 2025 arriva infatti sulla nota piattaforma di streaming Asura. La serie, composta da 7 episodi, è il remake del serial degli anni ’70 Like Asura, una pietra miliare dei drammi familiari nipponici. A sua volta, l’opera originale è tratta dal romanzo omonimo di Mukoda Kuniko e nel 2003 ha ispirato anche un lungometraggio. Insomma, qualcosa di già ampiamente esplorato, ma che Kore’eda ha voluto riproporre con il suo stile peculiare. Abbiamo visto il primo episodio di Asura e vogliamo darvi la nostra opinione, sempre con una recensione in 5 motivi, su un prodotto che merita molta più attenzione della pochissima che gli è stata destinata.
Di cosa parla la trama di Asura?
Giappone, 1979. Tsunako è un’insegnante di ikebana, l’arte tradizionale delle composizioni floreali. Makiko fa la casalinga e non ha ancora trovato il proprio posto nel mondo. Takiko, alla ricerca di stabilità tra mille incertezze, è una bibliotecaria. Sakiko, invece, è una cameriera che cela profonde ferite dietro a un apparente spirito libero. La vita di queste quattro sorelle viene sconvolta da una rivelazione che ha dell’incredibile: il loro anziano padre ha una relazione extraconiugale.

Come gli Asura, esseri semidivini della cosmologia buddista che danno il titolo all’opera, le quattro donne finiranno immerse in un turbinio di emozioni e sentimenti, tra accesi conflitti e momenti di grande intimità.
Asura: la recensione della serie tv in 5 motivi
L’esaltazione della quotidianità
Hirokazu Kore’eda è un maestro nel trasformare attimi di semplice vita quotidiana in momenti di pura magia. Come per molte altre sue opere, anche Asura, grazie al ritmo lento e riflessivo della narrazione, permette di immergersi nelle sensazioni dei personaggi. Oggi singolo gesto, anche il più piccolo, oltre al non detto e a ciò che viene lasciato implicito, trasforma il vissuto delle quattro protagoniste in un’esperienza universale. Kore’eda riesce anche nella difficile impresa di non scadere nel melodramma. L’approccio realistico e una spiccata propensione al minimalismo invitano lo spettatore a indagare le relazioni umane, tanto belle quanto fragili e appese a fili sottilissimi. Fili che potrebbero spezzarsi senza preavviso.
A cavallo tra tensione e leggerezza
Ciò in cui Asura, come notato in sede di recensione, riesce molto bene è destreggiarsi sul labile confine tra la tensione emotiva e i momenti di leggerezza. Con i silenzi e l’introspezione, il regista apre uno spiraglio sulle vite delle protagoniste, offrendocene uno scorcio. Molto ben dosati i momenti di umorismo, che alleggeriscono la narrazione senza mai sminuirne la potenza evocativa.

Asura si trasforma in questo modo in un vero e proprio viaggio per lo spettatore, un’esperienza contemplativa in grado di commuovere e coinvolgere profondamente.
Uno spaccato storico
A colpire di Asura è l’estrema accuratezza nella ricostruzione del Giappone degli anni ’70, un’epoca fortemente in bilico tra modernità e tradizione. Tutto, dalla fotografia calda e accogliente, alla minuzia nei dettagli, dalle scenografie agli oggetti di scena, contribuisce a creare un mondo credibile che fa da ottimo sfondo per le vicende delle sorelle. Le splendide case tradizionali, i mercati brulicanti di persone e le strade vive e vibranti tratteggiano un immaginario passato ma ancora vivo nei ricordi di chi lo ha sperimentato in prima persona.
la potenza dell’interpretazione…
Il cast di gran livello contribuisce a rendere Asura un prodotto di altissima qualità. Le attrici riescono egregiamente a dar vita a personaggi sfaccettati e credibili, così umani nelle loro imperfezioni. Ognuna delle quattro sorelle è caratterizzata da una propria personalità, unica e sfumata, e riflette a propria volta un diverso aspetto delle dinamiche familiari portate in scena. Con la loro performance, la serie sviscera temi come il senso di appartenenza, la ricerca della libertà e il desiderio di realizzazione e riconciliazione. Molto della riuscita del progetto è senza dubbio merito di Kore’eda, che anche questa volta si rivela un maestro nel dirigere il proprio cast per valorizzarne la potenza espressiva e la capacità di trasmettere con grande naturalezza emozioni molto complesse.
… E la maestria nella regia
Kore’eda, semmai ci fosse stato bisogno di una conferma, dimostra per l’ennesima volta di essere un pezzo da novanta quando si tratta di portare in scena spaccati di vita quotidiana. Il suo lavoro con Asura, tuttavia, non si limita solo a questo. Regala infatti una vera e propria finestra sul passato del Giappone, un ritratto preciso e accurato che aiuta lo spettatore a immergersi ancora di più nella storia.

Anche la colonna sonora gioca in questo senso un ruolo fondamentale, facendo da perfetto corollario, con melodie evocative, ai momenti più pregni di significato della serie. Le emozioni ne risultano amplificate, il tutto senza risultare mai invadente.
Vale la pena di proseguire con la visione di Asura?
L’ultima opera di Hirokazu Kore’eda, Asura, come ampiamente descritto nella nostra recensione, è una piccola perla. Un prodotto delicato e introspettivo, un viaggio evocativo nella vita di quattro sorelle che esplora i legami familiari e il senso di appartenenza. La miniserie di Netflix, disponibile dal 9 gennaio, è un omaggio a un passato del Paese nipponico che merita assolutamente una visione. La narrazione si prende il proprio tempo, procedendo in modo lento ma naturale. I personaggi, sfaccettati ed estremamente umani, hanno così il tempo per evolversi in maniera coerente e organica, coadiuvati da una regia attenta e minimalista, oltre che da una colonna sonora evocativa e mai invasiva.
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