Home Education – Le Regole del Male: la recensione del film horror di Andrea Niada in 5 motivi

Rosanna Donato

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Giovedì 30 novembre esce nelle sale cinematografiche Home Education – Le Regole del Male, il film horror di respiro internazionale che segna l’esordio alla regia di Andrea Niada e di cui vi proponiamo la nostra recensione in 5 motivi. Basato sul suo cortometraggio di diploma, presentato alla London Film School e acclamato dalla critica, il film vede tra i suoi protagonisti Lydia Page nel ruolo della giovanissima Rachel, Julia Ormond in quello della madre Carol e Rocco Fasano nei panni di Dan.

Distribuito da Warner Bros e ambientato nell’Altopiano della Sila, in Calabria, Home Education segue la storia di Rachel, un’adolescente cresciuta in una casa isolata nei boschi, istruita secondo i principi di un culto esoterico di cui la sua famiglia è seguace. Alla morte del padre Philip, la madre convince Rachel che l’uomo risorgerà se le due continueranno a dimostrargli amore. Priva di contatti con il mondo esterno, la ragazza convive con il cadavere del padre nell’attesa che questo si rianimi. Ma la sparizione di Philip desta sospetti ed ecco che Rachel incontra Dan, un giovane con cui stringe amicizia e che minaccia la folle tranquillità della casa.

Indice

Home Education, la recensione in 5 motivi

L’interpretazione degli attori

Nel film Home Education – Le Regole del Male gli occhi degli attori parlano, raccontano il malessere che li affligge. In quelli di Lydia Page emergono il senso di smarrimento e disagio creati da una madre opprimente e iperprotettiva, che mettono in evidenza la fragilità psicologica del suo personaggio e la sua incapacità di stare al mondo. D’altronde, con una madre così è difficile capire cosa sia giusto o sbagliato e come relazionarsi con le persone. Non mancano infatti episodi in cui l’atteggiamento di Rachel, la giovane protagonista, lascia alquanto incredulo lo spettatore, portandolo anche a sorridere di fronte ad alcune reazioni.

Lo sguardo di Julia Ormond, la madre della ragazza, è inquietante tanto quanto quello della Page, ma per motivi diversi. Lei sembra credere che il marito tornerà in vita, nonostante la situazione non sia affatto promettente. In realtà nei suoi occhi vige l’incertezza del caso, e quando le cose non vanno come sperato, essi incutono paura. Da madre apprensiva si trasforma in una persona degna di interpretare la protagonista di Misery non deve morire, ruolo al tempo affidato a una eccezionale Kathy Bates. Possiamo quindi dire che il gioco di sguardi tra le due donne, così come la loro risposta agli eventi che si manifestano, dovute alla “prigione mentale” in cui vivono, rendono l’atmosfera più horror di quanto potessimo immaginare.

Un’ambientazione claustrofobica

Nel film non è solo la “mente isolata” delle due donne – anche quella della madre lo diventa – a giocare un ruolo chiave, ma anche l’ambientazione interna ed esterna. Gli spazi della casa sono tutti piccoli, chiusi, stretti, quasi invivibili e dall’aria irrespirabile, a partire dalla stanza in cui il padre è tenuto nascosto, dove questo aspetto è reso benissimo dal regista. Nonostante la storia si svolga nei pressi di un bosco, luogo in cui avvengono le incursioni esoteriche di Rachel, il senso di claustrofobia permane anche negli ambienti aperti. Gran parte delle scene esterne, in particolare da metà film in poi, prendono vita in un punto abbastanza circoscritto, dove gli alberi, posti l’uno accanto all’altro come a delineare uno spazio ben definito, rappresentano il confine di un’altra prigione.

Il senso di colpa

Il rapporto tra Rachel e la madre non è idilliaco, per quanto all’inizio del film possa sembrarlo. La relazione verte sul senso di colpa e sulle proprie mancanze: regole da rispettare violate, certezze messe in discussione… La situazione porta le due donne ad addossarsi a vicenda la responsabilità di quanto accade per dare una spiegazione plausibile al mancato ritorno del padre/marito a casa. Perché mostrandosi preoccupate o incerte, secondo il loro punto di vista, allontanano sempre più la possibilità che l’uomo possa tornare dal luogo in cui la sua anima si trova.

Ciò che più colpisce nel loro modo di interagire è che l’errore non sta da una parte sola, anzi entrambe provano questa sensazione di colpevolezza e allo stesso tempo accusano l’altra di non aver fatto abbastanza, seppure in tempi diversi: in sostanza si invertono i ruoli man mano che la storia prende forma. Rachel e Carol cambiano quindi prospettiva, dimostrando quanto l’incertezza e la paura possano condizionare il pensiero e aumentare o diminuire il distacco dalla realtà. Questo aspetto viene messo in luce da Andrea Niada in una maniera così consapevole e convincente che alla fine non si comprende bene quale sia la loro effettiva visione dei fatti. Hanno davvero cambiato idea? O è sempre stata quella ma non ce ne eravamo accorti?

Home Education, recensione: il mistero

L’intenzione del regista non è quella di puntare sulle scene “splatter” e di alto impatto visivo – ce ne sono, in minoranza – ma tenerlo incollato allo schermo grazie a una tensione sempre viva e maggiore con il passare dei minuti. Uno stato d’ansia provocato dalle imprevedibili reazioni dei protagonisti ad alcune situazioni che nella vita “normale” dovrebbero essere all’ordine del giorno. Eppure in questo caso tutto acquista un’aurea di mistero: dall’incontro con Dan, inquietante anche lui per quanto riguarda l’aspetto e il modo ambiguo di relazionarsi con Rachel (che abbia un secondo fine?), fino alla comparsa delle mosche. Sai che accadrà qualcosa, ma non hai idea di cosa il regista abbia in serbo per te, perché comprendere ciò che si cela dentro la mente isolata delle protagoniste è impossibile e quindi anche prevedere le mosse dei personaggi risulta decisamente difficile.

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Home Education recensione, Suoni da brividi

In Home Education anche i suoni hanno una valenza importante: per esempio, quando Rachel utilizza il corno per richiamare l’attenzione e capire dove si trovi suo padre è come se il suono emesso fosse quello di anime che urlano. Un grido di aiuto, quello del padre e di coloro che si trovano imprigionati in questo limbo maledetto, che non lascia indifferenti, ma anzi accresce lo stato di tensione nello spettatore. E poi i silenzi, spesso accompagnati da sguardi glaciali o gesti inconsueti: quelli tra madre e figlia, tra l’uomo e la famiglia, e ancora di più tra la famiglia e il resto del mondo, così lunghi e assordanti da pesare come macigni.