Il colore viola: la recensione del film musical in 5 motivi

Rosanna Donato

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Il colore viola recensione musical

Il prossimo 8 febbraio arriva al cinema la rivisitazione in chiave musical de Il colore viola, ambientata nei primi anni del 1900 nella Georgia (Stati Uniti d’America) e di cui vi proponiamo la recensione in 5 motivi. La storia, diretta da Blitz Bazawule e basata sull’omonimo spettacolo teatrale di Broadway (Danielle Brooks è nel cast), ruota attorno a due giovani afroamericane. Celie (Phylicia Mpasi e Fantasia Barrino) e Nettie (Halle Bailey e Ciara) vivono una vita segnata dal controllo oppressivo di uomini che le terrorizzano e le violentano fin dalla tenera età. Quando Celie sposa a Albert Johnson, detto “Mister” (Colman Domingo), anche lui tale e quale agli uomini della sua famiglia, si ritrova sola.

Dopo la separazione forzata delle due sorelle per mano di Mister, Celie diventa protagonista di un percorso fatto di molteplici abusi e di nuove conoscenze che la portano a sviluppare una straordinaria consapevolezza di sé e forza interiore. Ad aiutarla in questo lungo cammino sono due donne dal carattere forte e indipendente: Sofia (Danielle Brooks) e Shug Avery (Taraji P. Henson). Il colore viola affronta temi complessi come l‘oppressione, l’abuso e l’emancipazione femminile, offrendo uno sguardo profondo sulla resilienza umana e sulla ricerca di libertà e dignità personale, nonché una riflessione sulle dinamiche sociali e le lotte delle donne afroamericane nell’America del Sud dagli inizi del 1900 in poi.

Il colore viola, la recensione del musical in 5 motivi

Una regia non sempre efficace

Il colore viola è un adattamento dell’omonimo musical di Broadway del 2005 voluto da Oprah Winfrey e Steven Spielberg, rispettivamente interprete e regista della trasposizione cinematografica del 1985. Per comprendere meglio un paio di scelte che ci hanno fatto storcere il naso, non possiamo fare altro che confrontare il nuovo progetto con il precedente.

È chiaro sin dalle prime scene che per vedere il musical bisogna conoscere a fondo la storia originale, perché il regista dà per scontate alcune informazioni rilevanti per comprendere appieno la situazione familiare della protagonista. Non basta averne sentito parlare, perché non è possibile cogliere tutte le sfumature al suo interno. Nel film di Spielberg infatti questi particolari sono raccontati dalla voce fuori campo (esprime il pensiero della protagonista) di una meravigliosa Whoopi Goldberg. Tendenzialmente chi va a vedere Il colore viola sa già a cosa sta andando incontro, ma darlo per certo non è mai una cosa buona (magari qualcuno è attratto dal cast del film o apprezza i musical e basta).

Il compromesso

È chiaro inoltre che per aggiungere le canzoni e le coreografie è necessario tagliare alcune scene o cambiare in qualche occasione la dinamica dei fatti, velocizzando diversi momenti. Così facendo però nel musical va a perdersi quella forza prorompente che invece emerge nel film di Spielberg. Per esempio, ciò accade quando Celie maledice “Mister” o quando punta il coltello al collo di quest’ultimo. Non solo: basti pensare alla scena in cui – nel lungometraggio del 1985 – Celie si guarda allo specchio e cerca di nascondere il suo bellissimo sorriso davanti a Shug Avery, grazie alla quale poi si rende conto di essere bella (dopo una vita piena di “sei bruttina”). Ecco, nel musical questo momento di rinascita e consapevolezza di sé, tra le tematiche più impattanti, non emerge in tutto il suo potenziale.

La musica smorza il dramma ma le lacrime non si fermano

Un po’ come nel film di Spielberg: il musical, pur essendo pieno di canzoni e coreografie, non perde la sua vena drammatica. D’altronde, ha in sé tutti i momenti salienti della storia originale, quindi non potrebbe essere diversamente. La presenza della musica, la potenza dei testi e le curate e spettacolari coreografie (una vera gioia per gli occhi) che accompagnano i brani, il cui messaggio passa forte e chiaro senza snaturare l’essenza del film, aiuta a smorzare i toni drammatici, in un paio di situazioni resi ancora più vivi dall’interpretazione degli attori. Insomma, non dimenticate a casa i fazzoletti: le attrici principali (Fantasia Barrino e Danielle Brooks su tutte), anche più degli interpreti maschili, tra i quali spicca Colman Domingo, sono così espressive e autentiche che risulta difficile mantenere un certo distacco emotivo nelle scene decisive.

Danielle Brooks da brividi

Come in ogni recensione, anche nel musical Il colore viola ci concentriamo sulla performance di un unico componente del cast. In questo caso abbiamo scelto Danielle Brooks, interprete di Sofia, personaggio che più di tutti, insieme alla protagonista Celie, cambia nella storia. La figura da lei incarnata è quella di una donna che non accetta di sottomettersi agli uomini, né tantomeno al marito o alla volontà dei maschi “bianchi”.

Nel corso del film, se conoscete la storia già lo sapete, il suo modo di essere si evolve (in peggio) a causa di un evento drammatico che la spinge ad ammutolirsi, a piegarsi davanti al “potere”, senza più avere la forza di reagire al male, a ciò che più di sbagliato esiste al mondo. Il suo è un cambiamento interiore ed esteriore che arriva in maniera netta e improvvisa. Vederla prima allegra, energica, una leonessa e poi inerme, priva di stimoli e silenziosa come mai accaduto prima è qualcosa che lascia il segno tuttora, e il merito è dell’interpretazione di Danielle Brooks, che mette in atto questa trasformazione in un modo tanto credibile, senza forzature di alcun genere, da farci commuovere e tifare per Sofia dall’inizio alla fine.

L’intensità dei colori

Altri tempi, fotografia nitida che ben si accosta alla drammaticità degli eventi e all’immaginazione fervida di Celie. Un mix suggestivo di colori caldi e tonalità cupe accompagna un racconto a tratti spensierato e a tratti devastante. La fotografia è curata nei dettagli e dona profondità al film.

Emerge infatti la tendenza a utilizzare gli scuri nei momenti più tragici – per esempio quando Celie è costretta a separarsi dalla sorella a causa del marito – e i toni caldi e vivaci nelle scene in cui si fa largo la speranza, si lotta per i propri ideali e vince l’amore, come quelle in cui le due sorelle – Celie e Nettie – si ritrovano o la protagonista vede per la prima volta Olivia, la sua bambina data in adozione, nel negozio del “padre”. Oppure il momento in cui Sofia combatte per salvaguardare la propria indipendenza, che è seguito dal buio più totale quando la donna si ritrova in carcere. I toni tetri danno vita al male in tutte le sue forme, la luce a ciò che di buono esiste.

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L’unione fa la forza: tra fantasia e realtà

Nel musical a trionfare è l’amore, quello per sé stessi. Celie non avrebbe mai raggiunto la libertà senza l’aiuto di due donne indipendenti come Sofia e Shug Avery, ed è proprio il rapporto che la protagonista instaura con loro a trasmetterci positività, data inoltre dalla fervida immaginazione di quest’ultima, colma di ottimismo. In un mondo dove la competizione tra donne regna, vediamo sul grande schermo due persone pronte a dare manforte a un’altra figura femminile, da sempre cresciuta tra offese e violenze.

Soffermandoci sulla fantasia della protagonista, è bene dire che qui gioca un ruolo fondamentale tale aspetto, perché attraverso la sua immaginazione il regista ci concede di approfondire la relazione tra quest’ultima e Shug Avery, le quali nel romanzo originale vivono un vero e proprio amore. Peccato che tale dinamica sia limitata a un sogno, un bacio e una notte a letto insieme, tutte situazioni affrontate velocemente e superficialmente, come nel film di Spielberg insomma. Ci sarebbe piaciuto vedere qualcosa di più al riguardo, ma già che venga trattato (a grandissime linee) il tema dell’omosessualità tra donne afroamericane non è cosa da poco. Diciamo che la componente fantastica è presente, pure fin troppo per un film che vuole risultare realistico, ma nell’insieme realtà e finzione si amalgamano in maniera equilibrata.

In conclusione

Nella recensione del musical Il colore viola abbiamo preso in esame solo la performance della Brooks, ma in realtà l’intero cast è di grande livello, al pari del film di Spielberg, coreografie mozzafiato e qualche cambiamento minimo a livello di trama e dinamiche rispetto alla storia originale. È un film potente che mette in luce i passaggi chiave del testo da cui è tratto con una forza che però non troviamo in tutte le scene presentate. Se da un parte il merito della sua riuscita è da attribuire a una fotografia suggestiva, ai costumi di Francine Jamison-Tanchuck, alle scenografie di Paul D. Austerberry e agli attori coinvolti; dall’altra, alcune scelte di regia (soprattutto nel parlato) e il ritmo discontinuo, attenuano la potenza di alcune situazioni e battute, rendendole meno efficaci.

Le due ore e passa di visione però non sono pesanti e nemmeno annoiano, anche perché si viene catapultati in un vortice di emozioni che porta a empatizzare con i personaggi. Nel complesso il film non delude, ma una cosa dobbiamo dirla: presenta innumerevoli brani tratti dal musical di Broadway, dove il blues e il jazz la fanno da padrone, quindi se la musica tende a stancarvi è meglio evitarlo. Il film, lo ricordiamo, è distribuito da Warner Bros. Pictures.

L’immagine di copertina è tratta dal poster ufficiale del film musical Il colore viola.