Abbiamo visto il primo episodio di M Il figlio del secolo, l’attesissima serie TV con Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini, e siamo pronti a parlarvene nella nostra recensione senza spoiler. Premettiamo: recensire questa serie tratta dal capolavoro di Antonio Scurati in 5 motivi non è cosa facile. Ci troviamo di fronte ad un’opera complessa, tanto dura quanto magnifica, che merita di essere analizzata sotto varie sfaccettature.
M. Il figlio del secolo, la trama
Prima di esplorare tratti e caratteristiche di questa serie TV nella nostra recensione, spieghiamo in breve la trama di M. Il figlio del secolo. La serie racconta l’ascesa al potere di Benito Mussolini e la nascita del fascismo in Italia, portando sullo schermo un ritratto intimo e complesso del dittatore e del periodo storico che ha segnato il nostro Paese.
La narrazione ha inizio nel 1919, in un’Italia ferita dalla Prima Guerra Mondiale e in cerca di un nuovo corso. In questo contesto caotico e claudicante, Benito Mussolini, un ex socialista determinato e manipolatore, fonda i Fasci di Combattimento. Da qui si dipana la sua ascesa al potere, da leader di un piccolo movimento politico al dittatore assoluto che tutti conosciamo.

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La recensione della serie M Il figlio del secolo in 5 motivi
Luca Marinelli è magistrale…
Andrea Amilcare Benito Mussolini – così il personaggi si presenta nella serie, spiegando la provenienza di ognuno dei suoi nomi – è portato sullo schermo da un eccellente Luca Marinelli. L’attore fa un lavoro encomiabile. Non solo assume le fattezze del dittatore: dalla postura tronfia al marcato accento romagnolo, dall’atteggiamento sfacciato alle espressioni facciali marcate. Marinelli fa un lavoro ancora più arduo, che è quello di abbandonare del tutto se stesso (fisicamente, moralmente e ideologicamente), per portare davanti alla telecamera un personaggio vero, senza pregiudizio di sorta. Lui stesso, durante una conferenza stampa, ha ammesso: “Ho dovuto sospendere il mio giudizio sul personaggio di Mussolini per poterlo ritrarre in tutta la sua essenza e da antifascista convinto è stata una delle cose più dolorose che abbia fatto in vita mia”.
…Ma non è l’unico
Se il lavoro di Marinelli è da puro elogio, va sottolineato anche quello di altri attori che gravitano nella serie. Parliamo di Francesco Russo, che interpreta Cesare Rossi, giornalista, sindacalista e confidente di Mussolini; di Barbara Chichiarelli, che interpreta Margherita Sarfatti, critica d’arte e amante di Mussolini. O ancora di Paolo Pierobon, che indossa magistralmente il volto di Gabriele D’Annunzio. Un cast che riesce ad essere diretto, sincero e, soprattutto, di importante supporto ad un protagonista che pretende tutta la luce su di sé.
Joe Wright, maestro di ambientazione storica
Non da meno, a dirigere questo cast eccezionale e a farsi carico di un progetto così ambizioso c’è Joe Wright. Parliamo di un regista che sa bene come muoversi nell’ambito dell’ambientazione storica, avendo già diretto capolavori come L’ora più buia, Espiazione e Orgoglio e Pregiudizio. Un’abilità che Wright palesa sin da subito, attraverso escamotage che servono a rendere la narrazione subito d’impatto, quasi disturbante, come la rottura della quarta parete e l’uso di riprese volutamente storte. Ma fa di più, avvalendosi di un uso sapiente dell’archivio storico di quegli anni e inserendolo, con un montaggio sincopato, tra una scena e l’altra.
Rottura della quarta parete, violenza e autoesaltazione
“Vedrete che poi mi amerete anche voi”: è così che il Mussolini di M. Il figlio del secolo si rivolge direttamente al pubblico, rompendo la quarta parete. Il Duce chiacchiera direttamente con noi, esaltando la sua persona e vendendosi come il capo di cui abbiamo bisogno. Un modo volutamente provocatorio, che ha un fine diverso da quello delle parole del protagonista: l’obiettivo non è esaltare la sua importanza nella storia del nostro paese quanto, piuttosto, ribadirne la tossicità. Una tossicità evidenziata dall’esaltazione dell’uso della violenza come mezzo necessario, per Mussolini, per la sua ascesa al potere. Il tutto in scenari grotteschi, volutamente fumosi, oscuri, cupi.
Luci e ombre, estetica dell’angoscia
Il racconto del Fascismo e della sua violenza è sottolineato nella serie anche da un uso particolare della luce. L’illuminazione è, infatti, minima: tutto è soffuso, nebbioso, sfumato di giallo. Il risultato è un ambiente quasi malato, profondamente angosciante. Una metafora dell’oscurità di quegli anni, ingoiati dal nero del Fascismo e dal rosso del sangue versato.

Vale la pena vedere la serie? La recensione in breve
Se i 5 motivi elencati non vi bastassero per iniziare la visione di M. Il figlio del secolo, concludiamo questa recensione, definendolo un racconto necessario. La serie si fa carico di una evidente denuncia sociale di un passato non solo da non dimenticare ma, soprattutto, da non ripetere.
Immagini nell’articolo dalle foto ufficiali della serie Sky.









