Il duo Jason Statham – Sylvester Stallone non è nuovo a collaborazioni cinematografiche. Basti pensare alla fortunata (circa) saga dei Mercenari, in cui i due condividono attivamente il set. Con A Working Man, oggetto della recensione di oggi, il sodalizio tra Rocky e The Transporter li vede impegnati in ruoli diversi. Il primo alla sceneggiatura, scritta a partire dal romanzo dello scrittore e fumettista Chuck Dixon. Il secondo sul set a prendere, e soprattutto dare, una valangata di mazzate nelle gengive dei cattivoni di turno. Dietro la cinepresa David Ayer, non proprio l’ultimo degli arrivati quando si parla di film d’azione, nonostante una carriera a dir poco altalenante. Nel cast Michael Peña, David Harbour, Arianna Rivas, Isla Gie e Jason Fleming. Abbiamo visto in anteprima A Working Man, in uscita il 10 aprile, e siamo qui per dirvi la nostra, come al solito in una recensione in 5 motivi. Pronti per un po’ di sana adrenalina?
Di cosa parla la trama di A Working Man?
Levon Cade (Jason Statham) è un ex Black Ops dei Royal Marines britannici ormai ritirato a vita civile. Per sbarcare il lunario si è reinventato capo cantiere nella ditta edile a conduzione familiare di Joe Garcia (Michael Peña), che lo tratta come uno di famiglia. Cade fatica a lasciarsi il passato da militare alle spalle e lotta col suocero per la custodia della figlioletta Meredith (Isla Gie) dopo il suicidio della moglie. Un giorno Jenny (Arianna Rivas), figlia di Joe, non torna a casa dopo una serata passata per locali assieme alle amiche. Disperati, Joe e sua moglie Carla tentano di assoldare Levon per trovarla, sapendo dei suoi trascorsi nell’esercito.

L’uomo inizialmente rifiuta, riluttante all’idea di tornare in quel mondo di violenza che sta faticosamente tenendo fuori dalla propria vita. Una visita al suo vecchio commilitone Gunny (David Harbour), a cui ha salvato la vita anni prima, lo convince ad accettare la proposta. Del resto anche lui ha una figlia e non può permettere che Joe e sua moglie patiscano una sofferenza simile senza che lui faccia niente.
La recensione in 5 motivi di A working Man
Il buon vecchio Statham
Ormai la formula per questa tipologia di film è assodata e non si può pretendere chissà cosa in più. Certo, vedere un film con una trama un po’ meno simile a Io Vi Troverò, o anche solo al recentissimo The Beekeeper proprio con lo stesso Statham, sarebbe stato gradito. Ma la presenza stessa dell’attore nativo di Shirebrook tiene in piedi la baracca e racconta qualcosa ad ogni inquadratura. Il pacchetto confezionato da Ayer, vecchia volpe quando si tratta di film d’azione, si poggia interamente sulle spalle del granitico attore inglese, che nelle scene action sa sempre dire la sua. In alcune sequenze ci si deve accollare un po’ troppa sospensione volontaria dell’incredulità, ma rientriamo nei canoni richiesti dal genere.
Un po’ troppa serietà
Ciò che stona è la troppa serietà che il film si prende nei confronti di se stesso in alcuni momenti. Questo genere di pellicole dà il suo meglio quando il contesto sfiora quello fumettistico. Quando, in sostanza, chi lo gira si diverte con le sue esagerazioni come il pubblico che poi lo guarderà. A Working Man, invece, si appoggia troppo sui propri valori morali e sulla giustificazione della forza a fin di bene. Non siamo più davanti alla violenza usata come mezzo per creare spettacolo, ma come affermazione delle proprie idee. Gli stessi antagonisti funzionano poco. Non risultano pressoché mai una minaccia e prendono sistematicamente la decisione sbagliata nel momento peggiore.
Quanta ripetitività
A gravare come un macigno su A Working Man, come notato in sede di recensione, vi è anche l’eccessiva ripetitività della narrazione. Il film non si schioda mai da una schematicità che, assieme alla durata forse assurda (ben due ore), appesantisce l’esperienza di visione. La pellicola non aggiunge e non toglie niente al genere e non si prende nemmeno la briga di provarci. Un’operazione che punta al facile incasso anche grazie al grande nome in copertina. E, chissà, magari alla creazione di una saga.

Tutto troppo “perfetto”
A Working Man parte alla grande ma dopo i primi, brutali minuti rallenta. La spirale di violenza di Cade, coperta da questo alone di paternalismo, diventa all’improvviso troppo “tecnica”. Le varie sequenze d’azione sono tecnicamente perfette ma, come già accennato poco fa, incredibilmente ripetitive. Manca quel mordente che ha sempre contraddistinto Jason Statham, quella voglia di strafare e spararla più grossa di tutti. La pellicola dà il meglio di sé quando esagera, quando eccede e rompe gli argini. Cosa che accade purtroppo solo in avvio e raramente nel finale.
Un cast un po’ sprecato
Davanti a un film di questo tipo non avrebbe senso disquisire sulle performance attoriali. Non è l’obiettivo della pellicola. Si può però aprire un discorso su quanto male siano stati sfruttati determinati attori. A cominciare da Michael Peña, per continuare con David Harbour. Che senso aveva scritturare un attore che ha dimostrato ampiamente di sapersi destreggiare con i film d’azione per fargli interpretare solamente il reduce reso cieco dal servizio sul campo? Per non parlare dell’ottimo Jason Fleming che avrebbe meritato di interpretare il cattivo principale, invece di sparire dalla scena dopo 10 minuti scarsi di screentime. Un peccato.

Ha senso andare a vedere A il film? La recensione in breve
L’ultima fatica di David Ayer si dimostra un prodotto abbastanza nella media e poco ispirato. Le scene d’azione, almeno all’inizio, funzionano ma a lungo andare finiscono per risultare aggravate da una fastidiosa ripetitività. Jason Statham da solo non riesce a reggere il peso di una sceneggiatura che non solo non offre niente di nuovo nel panorama dei film di genere, ma che spesso e volentieri si prendere decisamente troppo sul serio. A Working Man, come espresso nella nostra recensione, ha i contorni di uno dei (diversi) bassi della carriera di Ayer sebbene, incasso adeguato al botteghino permettendo, potrebbe paradossalmente dare il via a una saga. Se volete comunque dargli una chance, il film è disponibile in sala a partire dal 10 aprile.
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