Il fenomeno globale Squid Game è giunto al suo epilogo con la stagione 3, chiudendo il cerchio su una delle saghe più acclamate e discusse degli ultimi anni. Nata come una chiara critica sociale celata dietro la brutalità di giochi infantili, la serie Netflix ha puntato a ridefinire il concetto di thriller distopico attraverso l’esposizione delle disuguaglianze che, anche nella realtà, esistono nell’umanità e che hanno un rapporto importante col capitalismo. Squid Game 3, come detto, dà un finale alla storia, e vi diciamo cosa ne pensiamo in questa recensione senza spoiler.
La trama dell’ultima stagione
Prima di addentrarci nella recensione di Squid Game 3, facciamo un breve punto della rama. La storia riparte dal punto di rottura della precedente stagione. Gi-hun (Giocatore 456), dopo il fallimento della ribellione messa in atto, è riportato nella sala degli altri giocatori, col fardello di aver causato la morte di molti compagni, tra cui il suo migliore amico. Intanto i giochi vanno avanti e Gi-hun è determinato a vendicarsi del numero 388, reo di non aver portato le munizioni al gruppo per paura. Gesto che, secondo 456, ne ha segnato la condanna. Al contempo, tuttavia, si fanno avanti altre difficoltà, in particolare la necessità di difendere numero 222 e il suo bambino. Le scelte di questi giocatori, e del protagonista in particolare, dipingeranno un finale inaspettato.

La recensione di Squid Game 3 in 5 motivi
La lotta tra bene e male ha un vincitore
Se le prime stagioni di Squid Game si sono distinte per la loro critica sociale, la terza non si tira indietro. Anzi, la porta ad un livello ancor superiore. Squid Game 3 rappresenta sullo schermo, con maggiore ferocia, la persistenza delle disuguaglianze, la facilità con cui la moralità può essere corrotta quando in ballo c’è il denaro o la propria salvezza. L’altruismo è una scelta di pochissimi. Una percentuale spaventosamente bassa, che ci mette di fronte ad una consapevolezza dolorosa e, al contempo, a una piccola speranza: quella che il bene, seppur in minima parte, esiste ancora. Tuttavia, il finale è comunque una dichiarazione potente (e scomoda) del fatto che il male sistemico resta, purtroppo, difficile da sradicare.
Tensione alle stelle
La stagione 3 è un’escalation costante di tensione. Ogni episodio introduce nuove sfide che sembrano insuperabili, mantenendo l’adrenalina dello spettatore alta. La narrazione è perciò abbastanza densa, con pochi momenti di respiro. Una scelta data anche dalla volontà di eguagliare la pressione costante che i personaggi della storia subiscono. La regia di Hwang Dong-hyuk, in questo senso, si dimostra nuovamente abile nel costruire la suspense e nel sorprendere lo spettatore con svolte inaspettate.

Colori sgargianti ma toni più cupi
Collegandoci proprio alla regia, dal punto di vista visivo, Squid Game 3 mantiene lo standard delle stagioni precedenti. La fotografia resta ottima, con l’ormai caratteristico utilizzo di colori saturi che formano un evidente contrasto con la brutalità degli eventi. Nonostante ciò, la serie assume in questa stagione un tono molto più cupo. Perde anche quella finta e disturbante giovialità dei giochi, facendo piombare lo spettatore in un mood di inquietudine. Una scelta che rispecchia i tempi della serie: i giochi stanno per finire, la paura dei pochi rimasti è alle stelle, e il desiderio di rimanere l’ultimo in vita e vincere il denaro supera anche quel barlume di umanità rimasta.
Tanti protagonisti
È importante notare come in quest’ultima stagione i personaggi ‘secondari’ abbiano ampio spazio, diventando ognuno protagonista. Se è vero che Gi-hun resta il focus della battaglia al sistema del gioco e al Front-Man, le storie di alcuni giocatori – dal 222 (la ragazza incinta) al 120 (la donna transgender), e ancora il 246 (l’uomo che vuole salvare la figlia malata) ma anche madre e figlio 007 e 149 – rubano lo schermo e l’attenzione dello spettatore. A differenza delle prime due stagioni, qui tutti sono protagonisti: il che rende il coinvolgimento dello spettatore a 360°.

Un finale coraggioso
Alla fine di un racconto tanto cruento e amaro, sarebbe stato controproducente e dissonante un finale lieto. Squid Game 3 porta perciò lo spettatore a fare i conti con un finale inevitabilmente amaro, che non offre facili soluzioni. Una scelta sicuramente audace e coraggiosa quella di non concedere una chiusura “felice”, ma piuttosto una riflessione cruda sulla realtà del mondo ma, al contempo, giusta, soprattutto rispetto a quanto accade negli ultimi episodi. Non ci sono compromessi di fronte alla realtà, e il regista ce lo mostra senza mezzi termini e attenuanti. Il finale ci lascia un senso di inquietudine duraturo, dato soprattutto dalla consapevolezza che, quanto visto, è lo specchio estremizzato di una realtà che, purtroppo, viviamo ogni giorno.
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Vale la pensa vedere Squid Game 3? La recensione in breve
Squid Game 3 è una stagione meno potente dal punto di vista ludico e strategico, e sicuramente meno dinamica delle precedenti, ma più potente dal punto di vista umano. Qui non sono più i giochi i protagonisti ma le persone, la loro umanità o disumanità, le scelte che si fanno di fronte ai desideri più forti e ai mali più grandi. Per seguire questa via, la regia assume toni più cupi, che sovrastano anche i colori audaci caratteristici della serie. Tutto passa in secondo piano rispetto alla lotta tra bene e male, che alla fine ha un chiaro vincitore ma dona comunque una speranza: non tutto è davvero perduto. C’è ancora chi sceglie il bene, chi ha il coraggio di essere altruista, ma bisogna fare ancora tanto prima che questa piccolissima percentuale diventi la maggioranza.
Alla luce di tutto questo, per noi vale la pena guardare Squid Game 3 e concludere questo viaggio.
Immagini nell’articolo dalle foto ufficiali della serie Netflix (via Instagram).









