Di comici come Maccio Capatonda, in Italia, ce ne sono davvero pochi. Forse c’è proprio solo lui, con quel suo mix di nonsenso e comicità demenziale reso credibile dalla sua mimica così particolare. Ma se Maccio smettesse di essere Maccio? Queste sono le premesse di Sconfort Zone, serie tv di 8 puntate prodotta da Banijay Italia e Prime Video, disponibile dal 20 marzo 2025 e oggetto di questa recensione. La prima vera serie Tv di Marcello Macchia, scritta da lui stesso e in cui si mette a nudo offrendo agli spettatori una visione di sé mai mostrata prima. Nel cast Francesca Inaudi, Valerio Desirò, Camilla Filippi, Luca Confortini, Edoardo Ferrario, Gianluca Fru, Valerio Lundini, oltre alla partecipazione di Andrea Delogu, Enzo Salvi, Dario Cassini, Samanta Togni, Maria Teresa Di Clemente e Ilaria Galassi. Un esperimento riuscito? Rimanete con noi per scoprire cosa si trova al di là della “Zona di sconforto”.
Di cosa parla la trama di Sconfort Zone
Maccio Capatonda è in crisi profonda. Il blocco dello scrittore che lo attanaglia da tempo sta mettendo in seria difficoltà la stesura della sua prossima serie tv. Il progetto rischia concretamente di naufragare, quando l’uomo in contra il professor Braggadocio (Giorgio Montanini). Lo psicologo prende il comico sotto la propria ala e decide di sottoporlo a una “cura” particolare. Una vera e propria terapia d’urto che obbligherà Maccio a uscire dalla zona di comfort mediante una serie di prove che ne sconvolgeranno la vita.

Ogni settimana, il comico dovrà affrontare una prova diversa che metterà sotto esame un diverso ambito della sua esistenza. Nel processo affronterà tutte le paure che lo attanagliano, dalla morte all’ansia di perdere il controllo, dall’attaccamento ai beni materiali fino a quello affettivo. Che la soluzione per i propri problemi sia proprio entrare nella “Sconfort Zone”?
Sconfort Zone: la recensione della serie tv in 5 motivi
Diretto alla nostra contemporaneità
Non solo a se stesso. Con Sconfort Zone, Capatonda parla a tutta la nostra contemporaneità, così assillante e desiderosa sempre di nuovo materiale. Un maelstrom che ingoia gli artisti e li risputa spremuti e scarichi. La serie pecca ogni tanto di un eccesso di semplicismo dettato dalla fretta, ma rimane la voglia di parlare al pubblico spiazzandolo continuamente.
Maccio, ma senza i suoi personaggi
Con questa serie, il comico esce non solo figurativamente, ma anche letteralmente dalla propria zona di comfort. Abbandona quell’universo di folli personaggi che lo hanno accompagnato per tutta la carriera, regalando ai fan un prodotto che è suo ma che da lui difficilmente ce lo si aspetterebbe. Niente, come detto, alter ego iconici e battute fulminanti e demenziali, in favore di una inusuale linearità nella narrazione. Sconfort Zone ha una precisa idea di dove vuole andare a parare e lo fa seguendo una strada ben delineata. E soprattutto racconta qualcosa che va oltre la semplice risata. Risata che c’è ma in una declinazione più adulta, più “amara”, e da cui traspare tutta l’oscurità che si trova dietro le luci della ribalta.

Diverso e forse migliore
Quello di Sconfort Zone, che stiamo cercando di delineare in questa recensione, non è un Maccio Capatonda solo diverso. È anche forse un po’ migliore rispetto al passato. Sicuramente più maturo e rotondo nel suo modo di fare comicità. Un Maccio che non ha timore di mettersi a nudo in un racconto che è palesemente largamente autobiografico. E con mettersi a nudo non stiamo parlando per metafore, visto che si è presentato proprio così da Cattelan per la promozione della serie. Un Maccio che, rinnegando in un certo qual modo una parte del suo io, continua a essere se stesso senza più esserlo.
Non solo Padre Maronno e Mariottide
L’operazione chiara e lampante di Sconfort Zone è quella di provare a far “cambiare idea” al pubblico, così abituato a identificare il comico coi propri personaggi. Capatonda non è e non vuole essere riconosciuto univocamente coi propri alter ego. In secondo luogo si vuole far capire quanto anche le idee all’apparenza più strambe e assurde sono in realtà il frutto di una lunga riflessione. Maccio mostra al suo pubblico i dietro le quinte non solo di se stesso, ma anche del processo creativo dietro alla propria arte. Un processo che può rivelarsi lungo e tortuoso, con svariati vicoli ciechi e curve a gomito.
Il sostegno dei colleghi
In questa operazione di svelamento e al contempo di personale decostruzione, Maccio si affida a un nutrito cast di colleghi e amici comici. Ed ecco quindi i piacevoli intermezzi con Edoardo Ferrario, Gianluca Fru e Valerio Lundini (che forse più di tutti ha un modo di fare comicità affine a lui). Assieme a loro crea un proprio cortocircuito da cui ne rinasce rigenerato, riprendendosi un posto tra i migliori commedianti d’Italia. E lo fa mostrandoci che è sempre meglio seguire la propria strada, coi propri tempi.
Vale la pena di vedere la serie Tv?
Il surreale viaggio autobiografico di Maccio Capatonda in questo Sconfort Zone trasporta lo spettatore in una crisi autoriale che fonde abilmente comicità e riflessione. Alternando momenti esilaranti ad altri molto più profondi e amari, Maccio ci porta ad affrontare temi come l’identità, la noia, lo sconforto ma anche la necessità di essere sempre “sul pezzo”, ai limiti dell’usura personale.
Sconfort Zone non è esente da difetti, soprattutto di ritmo, ma ha il pregio di distinguersi per originalità di scrittura. A essa si affianca la capacità di decostruire un immaginario, quello legato ai personaggi di Maccio Capatonda, impresso a fuoco nella memoria collettiva restituendo un Marcello Macchia più fresco e di nuovo in grande spolvero.
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