Il mio amico robot, la recensione del film d’animazione in 5 motivi

Rosanna Donato

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Il mio amico robot recensione film

Il mio amico robot, uscito il 4 aprile in 250 sale, è il nuovo film d’animazione del regista spagnolo Pablo Berger, di cui vi proponiamo la recensione in 5 motivi. Presentato all’ultimo Festival di Cannes, premiato ad Annecy e candidato al Premio Oscar come Miglior film d’animazione, il film è scritto e diretto da Berger, al suo esordio nel cinema di animazione in 2D. Il regista si ispira alla omonima graphic novel di Sara Varon che racconta la favola moderna di Dog e Robot, una storia toccante sull’importanza dell’amicizia e sulla sua fragilità.

La storia vede al centro Dog, un cane che vive a Manhattan e, stanco di stare sempre solo, si costruisce un robot. Sulle note degli Earth, Wind and Fire e della travolgente musica newyorkese degli anni Ottanta, la loro amicizia sboccia e si fa sempre più profonda. Finché una sera d’estate Dog si trova costretto ad abbandonare Robot sulla spiaggia. Riusciranno i due amici a ritrovarsi?

Il mio amico robot, la recensione in 5 motivi

Un’animazione semplice come la storia raccontata

Nella recensione de Il mio amico robot partiamo subito dal tipo di animazione che caratterizza l’intero film. Parliamo di un’animazione semplice dal tratto minimale che rispecchia esattamente l’anima del progetto, fatto di buoni sentimenti e tanta delicatezza, situazioni coinvolgenti e di facile lettura, ma mai superficiale nell’esposizione dei fatti e delle emozioni, che mettono in risalto amicizie forti, genuine e insolite, resistenti al tempo e alle vicissitudini. Sarà difficile non commuoversi insieme ai personaggi, tutti ben delineati ed espressivi nella loro semplicità e purezza: emergono il dolore, la gioia, la speranza, la delusione… Tutto ciò che provano viene fuori in una maniera così intensa che non c’è bisogno di impegnarsi a comprenderli, perché dicono già tutto da sé.

Un film per tutti

La colonna sonora ha un ruolo rilevante soprattutto nel gran finale, delicato, inatteso e dolcissimo (seppure triste per certi aspetti), come l’atmosfera che si respira lungo tutto il film. E pensare che i protagonisti de Il mio amico robot sono un cane e un robot rende il racconto ancora più incantevole e originale, e dimostra che l’amicizia e l’amore non ha nulla a che fare con il genere, l’età, l’etnia o la specie. Insomma, un film adatto a tutti, grandi e piccini, dove però non manca qualche momento amaro (va detto) ma l’inclusività è messa in primo piano: non c’è alcuna discriminazione, solo tanta spontaneità nel volersi prendere cura dell’altro, di qualunque figura si tratti (essere umano o animale non fa differenza) e umanità.

La suddivisione in stagioni

L’idea di suddividere il film in capitoli dedicati alle 4 stagioni, con tanto di didascalia a scandire il tempo che passa, è buona perché il susseguirsi dei mesi, insieme al ritmo rallentato del racconto, evidenziato anche da tale struttura (e per questo un’arma a doppio taglio) sottolineano la forza e l’autenticità dell’amicizia tra i due personaggi, che nel frattempo, in parte, vivono situazioni diverse, pur mantenendo viva la speranza di ritrovarsi un giorno e venendo sopraffatti talvolta dalla paura di essere sostituiti con qualcun altro (lo capiamo dai sogni a occhi aperti di Dog e Robot).

Un difetto del film è proprio la sensazione del tempo che sembra non trascorrere mai: la storia viene portata un po’ troppo per le lunghe, in quanto il regista vuole dare il giusto e medesimo spazio ad ogni stagione. Una decisione che di certo gli fa onore, ma che rende tutta la storia un po’ noiosa e piatta a lungo andare.

La parola

Nella recensione de Il mio amico robot non possiamo dimenticare l’aspetto più impattante del film d’animazione: l’assenza di dialoghi. I personaggi non si esprimono a parole, tutto viene lasciato all’essenziale (ma efficace) mimica facciale, agli sguardi, alle forti reazioni agli eventi e all’immaginazione dei personaggi stessi. La musica in tale contesto svolge un ruolo fondamentale, perché segue passo passo lo stato d’animo dei personaggi e permette di cogliere tutte le sfumature delle loro azioni ed emozioni. Ciò dimostra quanto la parola, la voce, non sia necessaria per farsi comprendere e mette in luce una grande verità: i fatti e le espressioni comunicano con una potenza fuori dall’ordinario, e anche molto chiaramente.

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lasciare andare

Sono tanti i temi trattati nel film d’animazione, come la solitudine e le difficoltà nel viverla e gli effetti dell’inesorabile passare del tempo, ma quello reso nella maniera più delicata e toccante possibile è senza dubbio la necessità di mettere da parte l’egoismo, calarsi nei panni degli altri e lasciare andare per la propria strada chi un tempo ci ha reso felici, nonostante la nostalgia. Una scelta che, talvolta, come in questo caso, si deve prendere per la felicità e il bene altrui, anche se non è facile da mettere in pratica (i loro occhi parlano eccome).

Tutto cambia con il trascorrere del tempo, anche i rapporti, ma i legami sinceri non si spezzano mai, né quelli passati, né i più recenti, e nel film questo aspetto emerge più e più volte (insieme a quel senso di solitudine e vuoto che li accompagna nel momento in cui la vita allontana Dog e Robot). A tal proposito, assistiamo a uno dei momenti più travolgenti e intensi dell’intera storia proprio nella parte conclusiva di essa, dove la musica la fa da padrona e la consapevolezza di ciò che è giusto fare vince su tutto.

Ricordiamo che il film è già nelle sale italiane ed è distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

L’immagine di copertina è tratta dal poster ufficiale de Il mio amico robot.